Dalla carta al web, ecco come la critica è cambiata

Oggi chiunque giudica e commenta le esperienze culinarie anche attraverso i social network, eppure la questione è seria e di mezzo c’è la qualità dell’informazione

Attualità ed eventi

Dalle guide alla televisione, dal web ai social network: oggi non si fa che parlare di cibo e buona tavola, ma chi ce la racconta giusta? In un incontro del Festival del giornalismo alimentare, lo scorso 25 febbraio a Torino, si è discusso proprio di questo.

Un tempo il critico enogastronomico era un punto di riferimento per tutti coloro che cercavano ristoranti e vino di qualità. In questo modo chi amava la buona tavola rintracciava esperienze culinarie e atmosfere già “assaporate” tra le righe di una guida. Oggi però le cose sono cambiate e in modo prepotente. I food blogger sono sempre più numerosi e il web raccoglie le critiche di chiunque. Tutti si improvvisano esperti di enogastronomia, stroncano o elogiano piatti e servizio dei ristoranti di ogni luogo, in Italia e nel mondo. Di fronte a uno scenario sempre più articolato il problema resta la qualità dell’informazione che, in molti casi, non segue regole, tantomeno deontologiche. Il tema è spinoso e di mezzo c’è un confronto generazionale.

Come è cambiata la critica
Paolo Marchi
, giornalista enogastronomico e patron di “Identità Golose”, ha subito acceso il dibattito: “Nonostante l’esistenza dell’Ordine dei giornalisti - ha detto - sui blog può scrivere chiunque, anche chi non ha superato un esame di Stato. Prima si occupavano di cibo solo alcune grandi firme, tenute in altissima considerazione dai lettori, oggi bisogna distinguere tra food writer e critici. Quest’ultima professione è esercitata da pochissimi, perché è molto più facile essere invitati in una cantina che andare in un ristorante a farne una critica. C’è il rischio che ti presentino il conto”. Sintesi: un vero critico si siede a un tavolo di ristorante e paga il conto, perché solo in questo modo il giudizio è davvero libero.

Conto a parte, è lo strumento utilizzato a fare la differenza perché, come ha evidenziato Anna Maria Pellegrino dell’Associazione italiana food blogger (Aifb), a differenza dei critici enogastronomici, i food blogger sono nati con internet e conoscono bene le tecnologie. “Il mezzo è cambiato - ha spiegato - ma è la bravura di chi scrive che fa la differenza. Un vero food blogger deve avere un piano editoriale del proprio blog”. E magari anche una formazione. Anche per questo, nel 2015, l’Aifb ha deciso di favorire la crescita di chi promuove la cultura attraverso un blog e di creare uno statuto che raccoglie regole e provvedimenti disciplinari.

Generazioni a confronto
Secondo il giornalista Gigi Padovani, si può fare una distinzione tra la cronaca gastronomica di chi fa storytelling, e la critica. “In 10 anni di guide per l’Espresso, ho imparato alcune regole. Innanzitutto, nessun pasto è gratis. Se scrivi per i clienti, devi porti nei confronti del ristoratore come un cliente”. C’è di più, perché oggi i giovani non danno più credito alle guide e preferiscono informarsi su Trip Advisor, eppure il costo di una guida, magari comprata in versione digitale on line è contenuto. “Scaricare una guida - ha precisato - costa 7-8 euro. Se prendete un bidone per colpa di Trip Advisor, ne spendete di sicuro molti di più”. E chi può dargli torto? Il problema è soprattutto di approccio. “Tutti - ha detto Rocco Moliterni, giornalista de ‘La Stampa’ - possono pensare ‘Che ci vuole?’ guardando un taglio dell’artista Lucio Fontana, dimenticando che era il punto di approdo di una lunga ricerca. Sia nell’arte sia nella cucina ci sono i cialtroni ed è lì che diventa importante il discorso critico”. Il linguaggio e l’educazione a ciò che si mangia sono dunque fondamentali, ma di mezzo c’è il dialogo con una nuova generazione che, come ha sottolineato il giornalista di Repubblica Marco Trabucco, è abituata alla “semplicità di Facebook”. E allora migliorare la qualità globale dell’informazione che circola sul web potrebbe aiutare davvero tutti.



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