Cucina ebraica: quando un cibo è “kosher”

La regola è la separatezza: alcuni cibi non solo non possono essere mangiati nello stesso pasto, ma non possono nemmeno stare insieme sulla stessa tavola

Prodotti e tradizioni

La cucina ebraica abbraccia una enorme varietà di cibi fra di loro molto diversi. Da una parte c’è la cucina askenazita, che in assonanza con le abitudini gastronomiche delle popolazioni nordiche privilegia zuppe calde, polli grassi, cipolle, aglio, carote, patate, pesci d’acqua dolce. Dall’altra c’è quella sefardita, che riprende i sapori, i colori e gli odori originari del Mediterraneo con un ampio utilizzo di spezie, legumi, pesci di mare.

Nonostante la differenza di pietanze, sapori e colori, rimane costante l’obbedienza a una serie di leggi che rendono il cibo “Kosher”: adatto, giusto, appropriato. È interessante vedere come tale cucina sia stata oggetto di studio non solo da un punto di vista igienico, organolettico, religioso, ma anche sociologico-antropologico.

La grande antropologa Mary Douglas studia il pasto ebraico partendo dal principio che ogni popolo, attraverso la struttura del pasto esprime i propri elementi caratterizzanti. Anziché chiedersi perché il maiale no e l’oca si, la studiosa si chiede qual è il criterio che domina la struttura sia della preparazione, sia della degustazione del pasto ebraico. La risposta è: la separatezza. La separatezza gioca sia nell’accettazione o esclusione dei vari alimenti, sia nella consumazione: alcuni cibi non solo non possono essere mangiati nello stesso pasto, ma nemmeno possono stare insieme sulla stessa tavola (se si mangia carne non si mangeranno latticini, se non dopo qualche ora). E così anche nella preparazione: alcuni cibi non possono essere preparati insieme o vicino ad altri, persino gli utensili e le stoviglie impiegati per una categoria di cibo non possono essere usati per un’altra categoria di cibo, ugualmente si dica per i frigoriferi o le dispense che non possono ospitare più tipologie di cibo.

Simmetricamente la separatezza appare la costante della storia e del comportamento sociale del popolo ebraico. Dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.) gli Ebrei nei vari Paesi in cui andarono sono sempre stati un corpo separato. Il senso di separatezza se all’inizio ha giocato in termini ghettizzanti, nel procedere della storia è stato vissuto come capacità distintiva. Il pasto ebraico diviene un’occasione rituale e inconscia di celebrare l’antico tratto distintivo di questo popolo.

A cura di Egeria Di Nallo – Home Food Le Cesarine

Foto: "חמין - czulent" di Stiopa - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons



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