In un secolo è scomparso il 75% delle varietà di frutta. Ecco perché e come si sta rimediando

Un seminario con i migliori scienziati ha spiegato come recuperare le colture perdute. Finchè è ancora possibile.
Si può salvaguardare la cultura alimentare italiana e, al tempo stesso, mangiare cibi sani che siano privi di alterazioni e veleni? Secondo gli esperti dell’Ispra (Agenzia per le nuove tecnologie e lo sviluppo sostenibile) si può. Anzi, si deve se si vogliono “recuperare le colture perdute, in una prospettiva futura di utilità alimentare, ma anche economica e sociale”.

Uno studio della Fao certifica che nell’ultimo secolo è andato perduto il 75% della diversità delle colture. Il racconto degli esperti è allarmante: “Nell’ultimo secolo, in Italia, alcune specie di frutta come albicocco, ciliegio, pesco, pero, mandorlo e susino hanno registrato una perdita di varietà pari a circa i tre quarti”. Nel solo Sud Italia, negli ultimi 50 anni, su 103 varietà locali mappate durante il primo sopralluogo, solo 28 sono ancora coltivate.

Ma quali sono le ragioni di questa tendenza? Svariate, ma soprattutto il cambiamento climatico, l’industrializzazione e la frutticoltura intensiva. Nel tempo, spiegano gli esperti, si sono create centinaia di varietà per adattarle alle specifiche di ogni luogo. Poi, con la selezione delle varietà più forti, ne sono state via via abbandonate moltissime.

Oggi questo significa impoverimento culturale e gastronomico. Il rimedio per fortuna c’è e sta prendendo piede: porta nomi come “Dop”, “Igp” e altri ancora. Oggi siamo già ad oltre 200 produzioni certificate in Italia, che rappresentano più del 20% del totale europeo.
 
 


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