Scadenze e buon senso: lo spreco si combatte nei supermercati e a casa

Troppi alimenti invenduti ma ancora commestibili finiscono nell’immondizia. Oggi iniziative educative e culturali invitano ad affrontare il problema

spreco alimentare

Tonnellate di cibo invenduto e scartato. Dalla produzione agricola fino ai grandi supermercati del mondo, lo spreco alimentare ha numeri spaventosi. A livello mondiale 510 milioni di tonnellate di alimenti si sprecano durante la produzione agricola, 355 milioni nelle fasi immediatamente successive alla raccolta, 180 milioni durante la trasformazione industriale, 200 milioni durante la distribuzione e infine 345 milioni di tonnellate tra le mura domestiche e nella ristorazione.

Secondo l’Osservatorio Waste Watcher la quantità di cibo sprecato in Italia, destinato a finire nella spazzatura, raggiunge i 5 milioni di tonnellate di prodotti alimentari per un valore di 8 miliardi di euro. Lo spreco è nelle nostre case, ma è rappresentato soprattutto dal cibo invenduto e da quello che viene scartato prima di arrivare al supermercato.

A dimostrare quanto il fenomeno dello spreco di cibo nei supermercati e nella distribuzione sia rilevante ci ha pensato un regista, il canadese Grant Baldwin. Con “Just eat it: a food waste story”, un film-evento che sta facendo il giro del mondo suscitando polemiche e dibattiti, Baldwin punta i riflettori sul sistema alimentare americano, capace di sprecare quasi il 50% del cibo prodotto.

Portando all’estremo le sue considerazioni, Baldwin mostra a tutti come è possibile vivere senza problemi raccogliendo confezioni di alimenti scaduti o prossimi alla scadenza, danneggiati o mal etichettati, prodotti freschi scartati perché difettati o di dimensioni o forme non consone alla vendita. Per sei mesi il regista ha seguito questa ‘dieta’ a base di cibo invenduto riuscendo a ingrassare qualche chilo e a risparmiare circa 20mila dollari. Tutto per dire che lo spreco non è solo nei nostri frigoriferi e che quello più grave sta a monte.

L’operazione di Baldwin vuole invitare il consumatore al buon senso e a prendere coscienza di quanto accade intorno a lui. Negli ultimi anni l’attenzione contro lo spreco alimentare è al centro di numerose iniziative educative, di solidarietà e di politiche commerciali. Sono nate App per controllare i consumi e contenere gli sprechi.

In alcuni casi anche la grande distribuzione si è mossa per sensibilizzare il consumatore e per contenere lo spreco di cibo nei supermercati. Nel 2014 Coop è stata premiata con il premio Vivere a spreco zero” per le buone pratiche e l'attività di sensibilizzazione portata avanti negli ultimi anni. Per evitare che il cibo invenduto finisca nel cassonetto, perché prossimo alla data di scadenza, Coop ha avviato la distribuzione gratuita alle Onlus.

L'impegno del marchio della grande distribuzione contro lo spreco alimentare è approdato anche tra i padiglioni di Expo Milano. Durante l’esposizione universale quanto avanzato sugli scaffali del Supermercato del futuro, alimenti freschi e ancora utilizzabili, è stato destinato alle tavole del Refettorio Ambrosiano della Caritas Ambrosiana.

Un altro passo per evitare lo spreco di cibo nei supermercati sono le soluzioni di packaging innovative, studiate per prolungare la conservazione dei cibi mantenendone la freschezza. L’attenzione alla conservazione del cibo è, infatti, tra le migliori soluzioni antispreco a casa come al supermercato.

Che fare dunque? Se in fondo alla dispensa trovate del cibo scaduto da qualche settimana o mese, ricordate che ci sono alimenti buoni anche dopo la data riportata in etichetta. Come abbiamo sottolineato in questo articolo, per essere sicuri che non ci siano controindicazioni per la salute, è importante conoscere il significato delle diciture “consumare entro” e “ preferibilmente entro”. Nel primo caso si fa riferimento alla sicurezza degli alimenti, per cui è importante non andare oltre il termine. Diverso è il caso dei prodotti contrassegnati dalla dicitura “preferibilmente entro”: superata la data fatidica, questi alimenti potrebbero non mantenere valori nutrizionali e organolettici inalterati. Ma non significa che i prodotti non siano più commestibili o sicuri.



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